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Tecnologia & cura della persona per una medicina davvero moderna

Una medicina dal volto umano, in cui innovazione tecnologica, professionalità e attenzione alla persona permettano di dimettere da un reparto ospedaliero persone “che tornano alla vita, non alla fragilità”. È quanto auspica – e descrive con dovizia di particolari sul Corriere Salute in edicola ieri, 15 febbraio - il Direttore della Struttura Complessa di Pneumologia all’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste - Ospedale di Cattinara Marco Confalonieri.
La riflessione parte dal COVID-19 e dalle nuove prospettive aperte dal momento buio della pandemia: “Durante la pandemia abbiamo scoperto che la tecnologia, usata bene, non è «fredda»: è un ponte. Ossigeno ad alti flussi, ventilazione non invasiva, monitoraggio continuo e personale addestrato hanno permesso di intervenire prima e, in molti casi, di evitare l’intubazione – scrive Confalonieri – Sarebbe un errore archiviare quell’esperienza come una parentesi”.
Da qui prende il via la riflessione. Basata sulla considerazione che i reparti di terapia subintensiva respiratoria (UTIR) avrebbero mostrato, con il loro imprescindibile abbinamento di tecnologia all’avanguardia e cura della persona ricoverata, una nuova strada da seguire in vista di quello che per Confalonieri – e come dargli torto? - costituisce una sorta di mantra: “Il ricovero non dovrebbe produrre disabilità”. Ancora: “Tecnologia e attenzione alla persona non sono alternative”.
Concetti base, questi, di una medicina moderna che sbandiera la centralità del paziente e la cura della persona come assiomi fondanti, si dirà. E invece no. Perché troppo spesso le buone pratiche restano confinate ad alcuni reparti (UTIR in testa, appunto, dove grazie alla presenza dei fisioterapisti respiratori – ampiamente citati nell’articolo -  l’atteggiamento di cura è davvero virtuoso), ma in altri e più ‘ordinari’ reparti un ricoverato – soprattutto se vecchio, fragile e gravato da comorbilità - finisce allettato, immobilizzato, lasciato a se stesso con difficoltà ad alimentarsi, non riesce ad alzarsi né a sedersi in poltrona a causa delle carenze di personale infermieristico. E quando viene finalmente dimesso, si trova consegnato a un universo nuovo, in cui il corpo è regredito, le difficoltà sono maggiori e l’autonomia è spesso da riconquistare a patto di sforzi e fatica.
Eppure, secondo Confalonieri, le soluzioni ci sarebbero: “Servono mosse concrete, quasi a costo zero – scrive il Professore - Primo: prescrivere il movimento come una terapia, con obiettivi piccoli e progressivi («seduto ai pasti», «due brevi camminate al giorno»). Secondo: ridurre ostacoli pratici al muoversi – flebo, cavi, corridoi ingombri, sedie scomode, ossigeno che non si sposta. Terzo: proteggere sonno e nutrizione che sono parte della guarigione - meno interruzioni inutili di notte, più attenzione ai pasti, soprattutto nei fragili. Dormire male e mangiare poco rallenta tutto”.
Semplice e chiaro, certo. Anche se per passare dalla teoria alla pratica occorrerebbero corpose iniezioni di personale infermieristico nei nostri ospedali. Perché alla base dei ricoveri che curano e fragilizzano al tempo stesso il paziente, c’è spesso un vuoto di organici in grado di spostare materialmente il paziente perché possa stare “seduto ai pasti”, o di affiancarlo nelle “due brevi camminate al giorno”.
E se è vero che indicare il percorso è virtuoso, chi raccoglie il messaggio ricordi che per realizzare una medicina davvero integrata servono sì idee chiare e progettualità definite, ma anche volontà politica e denari.

 

Alessandra Rozzi
Ufficio Stampa AIPO-ITS/ETS


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